Cause principali per cui, quando parlate di prodotti Italiani tipici, nessuno pensa al software o all'Informatica.
Storiche:
1) morte della principale azienda di Informatica Italiana, l'Olivetti, mandata in malora da un pessimo management e notevoli sprechi, nonostante il successo di uno dei più venduti Personal Computer della storia ed il costo del lavoro mediamente molto basso, in una zona economicamente depressa (il Canavese), in cui Olivetti era l'attore principale.
2) ritardo nell'introduzione di norme sul diritto d'autore e peculiarità nella catena di distribuzione dei prodotti, il che, per esempio, ha ucciso sul nascere la nascita di una industria nazionale di videogiochi.
Culturali:
Predominanza di una cultura svalutativa nei confronti delle scienze e della tecnologia, dai tempi di Croce in poi, che ha acuito uno scollamento tra industria e mondo universitario. Anche recentemente, programmi universitari spesso orientati solo a teoria e simulazione (anche in elettronica), con investimenti ridotti quanto ad esperienza pratica di laboratorio.
Inoltre, l'Italia è caratterizzata da un mondo universitario afflitto da problemi endemici: mancanza di credibilità accademica, tranne pochi casi di eccellenza, investimenti a pioggia, baronati e feudi, scarsi incentivi per la ricerca (per usare degli eufemismi), oltre ad un approccio docimologico arretrato, medievale e privo di qualsiasi attendibilità e riproducibilità.
Politiche economiche e del lavoro:
L'Italia ha puntato tutto su politiche di competitività sul volume, miranti cioè a ridurre i costi dell'imprenditore in termini di lavoro. Il risultato di questa politica è stato fallimentare, si è praticamente spenta l'innovazione del paese.
Peculiarità del sistema Italiano:
Maggioranza di aziende a conduzione strettamente padronale, non premianti, in cui la competenza non è quasi mai la chiave per accesso a posizioni di comando, quanto la genetica (il far parte di un ben determinato pool genetico familiare).
Inoltre, strapotere delle banche, ed un mercato mobiliare poco trasparente, anche grazie a leggi troppo permissive sul falso in bilancio, che disincentivano l'investimento e rendono la borsa Italiana un mercato piccolo e marginale.
La produttività Italiana è rimasta una tra le più basse nel mondo industrializzato, in particolare tra le piccole aziende, che costituiscono oltre il 95-97% di tutto il mercato. Queste vengono normalmente costituite da persone che appartengono al cosiddetto "ceto medio", i cui redditi sono stati calmierati e compressi molto al di sotto del tasso di inflazione reale con una introduzione massiccia del precariato.
Con l'impoverimento programmato di larghe fasce della popolazione si è arrestata la creazione di nuove aziende, necessarie per ricambio ed innovazione ed in sostanza per il benessere del paese.
Purtroppo, la globalizzazione non consente nessun vantaggio competitivo sostenibile con una politica basata sul volume. Per dirla in termini Porteriani, è senza senso pensare di poter competere a lungo sul solo prezzo, dato che altrove è sempre possibile far ricorso al lavoro di schiavi, pur di tenere bassi i costi di produzione. Come unico effetto di voler competere solo sul prezzo, si rischia solo di avvicinarsi ad una società di schiavisti, senza trarne alcun beneficio.
L'unico risultato che si è ottenuto con questa politica è stata una massiccia deindustrializzazione del paese. Da un punto di vista software, il mercato del software di base è stata una battaglia persa negli anni 80, quello del software applicativo d'ufficio e dello sviluppo di firmware una sconfitta subita tra gli anni 80 e 90.
Oggi un giovane che inizi ad interessarsi di Informatica non ha praticamente alcuna possibilità concreta di lavorare alla creazione di nuovi sistemi in un contesto professionale. Al massimo, può sperare di poter lavorare a qualche lavoro di integrazione e customizzazione, su prodotti tipicamente realizzati altrove.
Proseguendo in questa opera di distruzione delle competenze informatiche del paese, attualmente la tendenza da parte della classe imprenditoriale legata al mondo del software è quella di scaricare, grazie anche alla totale mancanza dei controlli e delle sempre minori tutele previste, per intero, la propria responsabilità imprenditoriale su collaboratori esterni. E quasi sempre non si tratta di prodotti che vengono realizzati per la vendita sul mercato globale, ma solo di sistemi di impresa per aziende commerciali.
Si diffondono quindi finti contratti d'appalto e di prestazione d'opera, che vengono proposti a persone fisiche anche da aziende di medie dimensioni, spesso in modo ingannevole, e che mirano ad instaurare rapporti di dipendenza mascherata, spesso in aperto disprezzo della pur permissivissima Legge Biagi. Ciò tradisce un aperto disprezzo per il lavoro intellettuale, che si cerca di equiparare alla prestazione d'opera ed al lavoro manuale / artigianale.
Il risultato è una mancata conservazione del know how aziendale, che viene distrutto e frammentato ogni volta, ad ogni immancabile cessazione di collaborazione, ed una produttività sempre più scarsa, minata dalla mancata applicazione di metodologie moderne di sviluppo, sostituite da meccanismi di controllo task oriented di tipo taylorista, prive di qualsiasi fondamento, ma ben radicate grazie alla diffusa incompetenza manageriale, a tutti i livelli.
Per peggiorare le cose, l'Italia ha un sistema legale che rende di fatto impossibile o estremamente difficile la tutela del diritto e l'esazione del credito derivante da attività lavorativa, sistema ormai fortemente compromesso e sbilanciato verso il lato datoriale ed i poteri forti, forse nella illusoria convinzione che tutto ciò che va a sostegno dell'impresa e dello "status quo" possa migliorare la competitività del paese. In realtà in un mercato sano si ha un ricambio in cui le aziende che non rispettano le regole vengono rapidamente eliminate, il che permette all'economia complessiva di prosperare.
mercoledì 2 aprile 2008
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